Per quanto sia una raccolta messa su alla bell'e meglio e tenendo fuori parecchi inediti devastanti (Spank Thru? Blandest? If You Must? Sappy?), basta la triade Aneurysm/Dive/Sliver a dare cento piste all'intera discografia dei Pearl Jam, passata, presente e futura.
Ora invece sto ascoltando:
Tanto si è detto e scritto sul monumentale doppio che gli Hüsker Dü regalarono al mondo nel 1984 che è quasi passato in secondo piano il lato forse più affascinante e "generazionale" della sua grandezza. E cioè che Zen Arcade è un urlo disperato di catartica violenza, è speranza infranta dal fallimento di una società che altri hanno contribuito a plasmare, è rabbia, frustrazione e solitudine combattuti con il volume assordante delle chitarre elettriche e con la bellezza inarrivabile di melodie tardo-Beatlesiane. Nell'ingenua storia che tiene unite le canzoni (un ragazzo che scappa di casa e si trova costretto a crescere prima e più velocemente del previsto, sino al drammatico finale) è metaforicamente riassunto il percorso dell'indie rock americano fino a quel momento e profetizzato quello che accadrà alla "scena" da li a qualche anno. Ma è anche narrata, con ingenua semplicità, la parabola di una generazione sballottata tra l'impegno estremo del decennio precedente e l'edonismo sfrenato di quello in cui si trovava a vivere. E che aveva la musica come unica via all'autodeterminazione. Zen Arcade rappresenta il più lucido manifesto politico per quei govani che potevano avere il mondo in mano ma che si ritrovarono solo le vene scorticate da un inarrestabile flusso di eroina.